Dammi tre parole: «È in Germania»

Qualche mese fa il mio ragazzo mi ha chiesto se mi interessasse andare con lui e suo fratello al Musikmesse, e io, per tutta risposta, ho storto un po’ il naso. Sono bastate tre parole per farmi cambiare idea: «È in Germania». I miei occhi si sono illuminati, ho cominciato a vedere tutto nero, rosso e oro e ho iniziato a sentire in sottofondo l’inno tedesco. No, non è vero, ho esclamato «***** *** SÌ!», dove gli asterischi stanno per una bestemmia e mi sono messa a cercare voli e ostelli in treno. Nemmeno il tempo di arrivare a casa e avevo già scartato millemila opzioni di volo e un bel po’ di ostelli; alla fine abbiamo trovato un volo Ryanair da Orio per Frankfurt Hahn (ricordatevelo, sarà cruciale nella storia) e un ostello attaccato all’aeroporto di Francoforte. Il tempo passa e ci troviamo alla data della partenza con il volo, ci avvisa Ryanair un mesetto prima, ritardato di un paio d’ore. Va be’, arriveremo alle undici, avvisiamo l’ostello e ci dicono che non c’è problema. A parte che ai controlli mi hanno chiesto se fossi maggiorenne (ho 21 anni, tra l’altro compiuti da poco, e me ne hanno dati 16), fila tutto liscio come l’olio. In tutte le grandi storie c’è un «Ma», e il mio è grande come una casa. Sul bus per arrivare al nostro aereo ci siamo messi a fare conversazione con due ragazzi – che ovviamente andavano anche loro al Musikmesse – e una frase che hanno detto ci ha fatto sudare freddo: «Dall’aeroporto è un viaggio di due ore fino a Francoforte!». «No, dai, è praticamente lì attaccato alla città!», replico io. Vi ricordate quando poche righe più sopra ho messo in evidenza Frankfurt Hahn? Benissimo. In cinque secondi, grazie a Google Maps e al mio ragazzo che mi ha fatto notare che Frankfurt (FRA) non è lo stesso di Frankfurt (HAHN), abbiamo scoperto che quest’ultimo si trova a centoventi chilometri da Francoforte. Figo, no? No. Abbiamo avvertito nuovamente l’ostello dicendo essenzialmente che siamo dei deficienti e che saremmo arrivati super-tardi. Queste anime pie ci hanno risposto che non c’era problema, ci tenevano la reception aperta ventiquattr’ore su ventiquattro. Così quando siamo atterrati, alle undici di sera, stanchi e affamati, ci siamo fiondati per prima cosa da una tipa che vendeva Bretzel e non spiccicava una parola di inglese, e ce la siamo cavata con il mio – fondamentalmente scarso – tedesco e poi a prendere i biglietti per la navetta che ci avrebbe portati all’aeroporto di Francoforte. Quello vero, quello vicino alla città. Morale della favola, siamo arrivati stravolti – e solo grazie a Fraffo, senza di lui io e suo fratello saremmo ancora a Frankfurt Hahn a cercare l’ostello. Neanche a dirlo, siamo arrivati in camera e siamo crollati tutti e tre. Il giorno dopo la sveglia suonava impietosa alle sette e mezza, per poter fare colazione con calma (€9,90 a testa, all you can eat…): ci siamo ingozzati di qualsiasi cosa ci fosse: uova, toast, affettati, muffin, pomodori, cetrioli, succo di frutta, cioccolata calda, pane. Io ho mangiato tutto ciò. Abbiamo chiesto informazioni alla reception per arrivare al Musikmesse anche se potevamo farne tranquillamente a meno: siamo arrivati in aeroporto, abbiamo preso lo skyline che collega il terminal 1 al terminal 2 – questo per dirvi quanto è piccolo quell’aeroporto – e da lì abbiamo preso il treno S (che immagino stia per suburbano)… nella direzione sbagliata! Siamo arrivati a Mainz prima di accorgercene. Aneddoto: il giorno prima, in pullman per arrivare a Francoforte dall’aeroporto low cost, Fra mi aveva detto «Oh, guarda, una città che si chiama Gustavsburg!» e quando la voce ha annunciato «Gustavsburg, fermata Gustavsburg», ho pensato solo «Oh che figo me l’ha detto Fra ieri che c’era una città che si chiama così!», senza collegare il tutto. Scendiamo dal treno, aspettiamo quello dopo per tornare indietro e finalmente ce la facciamo. In pratica per un tragitto di venti minuti ci abbiamo messo due ore. Detto ciò, il Musikmesse è stato una figata, milioni di stand e miliardi di roba da vedere e/o provare e anche un bel po’ di gente famosa. Un nome a caso? Jordan Rudess. È un genio, un maledetto genio quell’uomo, è troppo bravo. Abbiamo visto una dimostrazione di luci che era una figata totale, Fra ha provato un pianoforte da €42 000, io avevo la tentazione di mettermi a provare una chitarra a caso giusto per stare seduta – cosa che alla fine non ho fatto – ma è stato bello. Finita la fiera, ci dirigiamo verso il centro per cercare un posto dove mangiare, anche perché abbiamo mangiato talmente tanto a colazione che il pranzo l’abbiamo bellamente saltato, e troviamo un pub irlandese in cui, tra l’altro, davano le partite del Chelsea e dell’Arsenal sugli schermi enormi, quella dello Stoccarda su quello piccino. Il cibo era ottimo, io ho preso uno spezzatino alla Guinnes con funghi e patate ed era veramente buono. Dopo un breve giro in città torniamo in albergo – sì perché abbiamo scoperto che più che ostello era un albergo… meglio – e mentre io crollo addormentata, i due baldi giuovini scendono per farsi una birra (e una pizza). Il giorno dopo, svegliati alle nove, replichiamo una colazione abbondantissima e liberiamo la camera. In aeroporto per prendere il treno fino in città troviamo una famigliuola italiana che ci ferma e ci chiede consiglio su come tornare a Frankfurt Hahn dicendo che ci avevano visti sull’aereo (effettivamente abbiamo fatto un casino che la metà bastava), e grazie a loro abbiamo controllato gli orari della navetta e ci siamo poi diretti in centro per vedere bene Francoforte. Nel centro storico mi sono ricordata perché amo così tanto la Germania: era tutto perfetto, quelle casettine così carine, così tipiche, così… tedesche. Tappa irrinunciabile, ovviamente, i negozi di souvenirs, in cui ho fatto la mia figura di merda più merdosa che potessi fare. C’erano le maglie della nazionale tedesca, e nonostante l’idea di prendermene una (scartata perché non volevo spendere €26 per una maglia tarocca e perché non sapevo di chi prenderla), ho deciso di prenderne una con su scritto semplicemente “Weltmeister 2014”. Pago e aiuto Fra a scegliere cosa prendere… e vedo uno alla cassa che compra la maglia di Götze. Ora ovviamente io dico a Fra, sottovoce ma a quanto pare non troppo, «Oh la maglia di Götze la voglio anch’io la maglia di Götze» e quello lì si gira e mi guarda malissimo. Voglio morire ancora adesso se ci ripenso. Che figura di merda. Abbiamo comprato una cartolina per la Vlas e miracolosamente sono riuscita a scriverla in tedesco – un tedesco giusto, per giunta! – e poi siamo andati in riva al Reno a prendere il sole: abbiamo attraversato due ponti e poi, mestamente, siamo tornati in aeroporto per prendere la navetta che ci avrebbe riportato a Frankfurt Hahn e da lì in Italia. E io il giorno dopo avevo il terzo parziale di Fisica I, che ho miracolosamente passato non so come, e ho avuto una depressione addosso per una settimana intera. Voglio tornare in Germania e restarci per sempre.

PS. Siamo passati per la stazione centrale di Francoforte e avevo la tentazione di buttarmi sul primo treno per Monaco, ma me l’hanno impedito…

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