Summer in Sweden

Sono andata in vacanza un mese e mezzo fa e ancora non ho scritto una parola. Lo so, sono una brutta persona. Perciò, mentre aspetto gli ultimi dieci minuti per poter prendere un’altra Benactiv Gola, magari muoverò un po’ il culo – o in questo caso, le dita – e butterò giù due righe. Tanto la maggior parte di questo post sarà fatta di foto.

L’anno scorso sono stata in Scozia, quest’anno mi hanno trascinato in Svezia. Dico “trascinato” perché non ero molto entusiasta della cosa finché non siamo partiti. Siamo decollati da Orio al Serio al tramonto e siamo atterrati che là era già notte, e visto che sapevamo che a quell’ora il noleggio macchine era chiuso abbiamo prenotato una camera nell’ostello davanti all’aeroporto di Stoccolma Skavsta. La mattina dopo, una volta fatta colazione, noleggiamo la macchina e ci dirigiamo verso l’hotel a Stoccolma… che abbiamo scoperto essere a dieci chilometri dalla città, dietro a uno snodo ferroviario e pressoché senza mezzi pubblici disponibili. Yay. A parte il fatto che ci hanno detto di tornare per le due di pomeriggio perché la camera non era ancora pronta, lasciamo le valigie nella stanza dei bagagli e andiamo all’avventura a Stoccolma. Decidiamo di andare a Skansen, un museo all’aperto che era un po’ zoo e un po’ museo. Fin qui tutto bene, impostiamo il navigatore – che in quella vacanza ha deciso di impazzire, andava da solo nel menù, toglieva e metteva opzioni come voleva, cose da matti – e troviamo un parcheggio. Sia ringraziata l’ospitalità e la gentilezza degli svedesi che ci hanno detto come funzionano le casse automatiche da loro – bisogna strisciare la carta all’ingresso e all’uscita. Ovviamente tutto era scritto in svedese, lingua parlata dalla maggioranza della popolazione mondiale da fondamentalmente quattro gatti – ed entriamo in ‘sto benedetto posto. Tempo nemmeno mezz’ora e intravedo una casetta con fuori delle fotografie di rettili. Ovvero, era un rettilario. Dovete sapere che nutro per i serpenti una fobia spaventosa, e giustamente sembra che siano diventati animali dell’anno da quando sono nata. Me li ritrovo ovunque, ogni tanto una ragazza che ho tra gli amici su Facebook posta foto del suo animaletto da compagnia – che, chiaramente, dovevea essere un viscido essere strisciante – e mi ritrovo a non poter aprire la home per un giorno; oppure organizzano fiere e feste e mio padre ci andrebbe a nozze – una volta ho dovuto impedirgli di comprarsene uno minacciandolo che non sarei mai più andata a trovarlo – e va be’, morale della favola ho iniziato a panicare. Mi sono aggrappata al mio ragazzo nemmeno fossi una cozza e ho avuto il fiatone e le gambe che tremavano per mezz’ora. Al ritorno ho costretto tutti a fare il giro lungo per evitare di ripassarci davanti, per dire. Comunque, disavventura a parte, quel posto è una figata. Abbiamo visto – oltre ad animali normali, tipo maiali, capre, vacche, etc – lupi, ghiottoni – che io mi sono messa a chiamare wolverino, dall’inglese wolverine -, orsi, gufi, bisonti. Ci siamo fermati a mangiare e abbiamo preso tutti le polpettine con purea di patate e marmellata di mirtilli rossi, che erano uno spettacolo. Una volta tornati in albergo finalmente riusciamo ad appropriarci della nostra camera e ci rilassiamo un po’. A cena decidiamo di andare all’Hard Rock Cafè e ci siamo trovati strabene. I prezzi sono un po’ altini, ma il cibo è ottimo e il personale è simpaticissimo, quindi alla fin fine ne vale la pena. Per chi volesse andare in Svezia e magari non lo sa, lì usano dirti il totale dovuto e, se paghi con carta/bancomat, ti chiedono di inserire tu stesso la cifra che vuoi pagare, così puoi scegliere quanto e se dare la mancia. Noi ce ne siamo accorti dopo tre giorni che eravamo lì, che figura di merda!

Il giorno dopo decidiamo di andare al Nordiskaa Museet e al Vasamuseet, che erano anche vicini a Skansen ma che il primo giorno non siamo riusciti a vedere. Il primo museo riguarda il modo di vivere degli svedesi, dal XVII secolo ai giorni nostri, con anche qualche mostra sulla moda e sui gioielli e sicuramente un sacco di altre cose che non siamo riusciti a vedere perché fondalmentalmente io e Fraffo gireremmo in un museo tutto il giorno, i suoi no. E va be’. Il Vasamuseet invece è dedicato a una nave svedese che è affondata senza nemmeno uscire dal porto – poi dicono del Titanic – e io appena l’ho vista ho pensato a Jack Sparrow. Ci siamo divertiti molto, a un certo punto abbiamo seguito un gruppo di inglesi che per qualche oscuro motivo avevano scelto di fare il tour del museo in svedese e mi sono imbucata in un gruppo di tedeschi nella (vana) speranza di capire qualcosa. Torniamo in albergo convinti di riposarci un’oretta e ci addormentiamo tutti per tre ore. In pratica ci siamo svegliati giusto in tempo per la cena, per cui siamo andati in un pub irlandese dove avevano una vasta selezione di whisky scozzesi, prontamente ordinati da Fraffo e mio suocero (sì, non siamo ancora sposati, ma dire suocero è più corto e io sono una persona pigra).

Il giorno successivo ci siamo dedicati alle escursioni: Drottningholm! Si tratta di un palazzo strabello ma con un’illuminazione pessima, per cui mi sono ridotta a scattare a 800 ISO e a tempi folli tipo 1/25 di secondo… Facendo tre foto consecutive per poter scegliere la meno mossa. A volte questo trucchetto ha funzionato, altre meno, ma va be’. È stato un po’ come visitare Holyroodhouse, ma in miniatura. E senza abbazia distrutta fuori. In compenso, c’erano dei giardini bellissimi e oltretutto gratis. Se io vivessi a Stoccolma passerei ogni mio momento libero lì. Nel pomeriggio ci siamo diretti a Gamla Stan, ovvero la parte vecchia della città, dove ho preso una cartolina e ho provato il mio primo kanellbullar svedese. Ora io non so se kanelbullar sia singolare, plurale o cosa, ma tanto ci siamo capiti. Poi ci siamo diretti in albergo dove ho cercato di studiare algebra lineare e geometria – che, a proposito, ho passato una settimana fa con 19. Un mese e mezzo a studiare quella merda e passare con 19 – senza particolare entusiasmo. A cena abbiamo provato una steak house che sembrava fighissima e s’è rivelata un pacco enorme. C’è di buono che io ho ordinato un antipasto, Fraffo una costata e abbiamo condiviso l’antipasto e ci siamo smezzati la costata, che detto così sembra che non abbiamo mangiato nulla, ma era quasi un chilo di costata. Non era ‘sto granché e lo staff era parecchio svogliato. Cioè se non c’hai voglia di fare quel lavoro dallo a me che lo faccio volentieri e ho una scusa per non dover tornare in Italia. Per dire.

Arriviamo così alla giornata passata a Vaxholm, dove sono riuscita a scottarmi. Sì, in Svezia. Sì, sono un caso disperato. Ora, premetto che fino a quel momento Stoccolma non mi aveva detto niente di che, ma io e Fra abbiamo intelligentemente deciso, quel giorno, che anziché tornare in albergo potevamo farci un giro a piedi per la città e trovarci con i suoi per la cena. Abbiamo recuperato una piantina della città e ci siamo dati all’avventura, ed è così che mi sono innamorata anche di Stoccolma. Ma andiamo con ordine. Vaxholm è un’isoletta abbastanza vicina a Stoccolma, carina e piccina e raggiungibile anche da terra – infatti c’era un autobus che partiva da lì e arrivava in città – anche se, a parte un castello su un’isola, e intendo letteralmente un’isola, non c’è niente. Avevamo pensato di visitare questo benedetto castello, ma tra il costo della visita e l’andata e ritorno in traghetto che facevano pagare peggio dei biglietti dei concerti comprati dai bagarini abbiamo deciso di rinunciare. Ci siamo fermati per pranzo in un locale che se fosse stato in Italia si sarebbe chiamato Bar Sport dalla quantità industriale di magliette di calcio e sciarpe e cose così appese alle pareti. Io mi sono buttata sulle polpettine, di nuovo, ed erano strabuone. Tornati a Stoccolma io e Fra, come già accennato, andiamo a zonzo per la città. Volevamo andare al museo delle armi, ma io sono più da armi medioevali mentre lì ci si focalizzava sulle Guerre Mondiali. Uguale proprio. Fra invece adora tutte le armi – che detto così sembriamo una coppia di serial killer, il nostro interesse è puramente accademico. Cioè, il suo. Il mio nemmeno troppo, ma sono profondamente pigra quindi sì, posso dire che anche il mio interesse non ha secondi fini – ma alla fine abbiamo deciso di esplorare la città e, nel caso non avessimo trovato niente di interessante saremmo ritornati. Abbiamo visto il palazzo reale – da fuori – e un po’ della città vecchia, poi ci siamo diretti verso la parte nuova alla ricerca di locali carini e abbordabili dove poter mangiare. Ne abbiamo giusto trovato uno in cui siamo tornati anche la sera dopo perché faceva degli hamburger strabuoni e a un prezzo decente. Le patatine e gli anelli di cipolla non erano grandiosi, ma gli hamburger sì. Il posto si chiama Prime Burger, è un po’ nascosto ma se lo cercate ne vale la pena.

Il giorno successivo siamo andati a Sigtuna e a Uppsala. La prima è abbastanza vicina a Stoccolma, carina, con delle rovine di chiese ed è molto bellina; Uppsala è invece più lontana, più grande e andarci mi ha fatto quasi venire voglia di fare l’erasmus lì. Ma tra le alternative ho Monaco di Baviera e… va be’, devo dire altro? A Uppsala abbiamo mangiato del salmone fatto marinare nella gremolada accompagnato da un risotto alle verdure che era una vera meraviglia. Gnam. Ho ancora l’acquolina a ripensarci. La cattedrale era molto bella, anche qui mi sono ridotta a scattare a ISO folli con tempi altrettanto folli. Voglio portarmi dietro un cavalletto la prossima volta ma nel bagaglio a mano non ci starà mai – e siamo partiti con la valigia da stiva già piena.

Il giorno successivo era anche l’ultimo del nostro soggiorno e ci siamo dunque dedicati alla ricerca degli ultimi regali e alla visita alla cattedrale di Stoccolma. Abbiamo preso le ultime cartoline e per pranzo abbiamo optato per un localino in Gamla Stan in cui, appena entrati, abbiamo sentito il tema della Contea dalla colonna sonora del Signore degli Anelli. Il posto perfetto per noi, in pratica. Ho provato del pollo al curry con patate al forno e insalata mista ed era strabuono. Nel pomeriggio io e Fra siamo andati al museo Nobel ed è stata un’esperienza veramente bella. Ci siamo rintanati lì appena in tempo perché s’è scatenato un bel diluvio, al termine del quale abbiamo optato per una splendida cioccolata calda nel bar lì di fronte, con di fianco una famigliola di tedeschi, e Fra che cercava di farmi parlare del Bayern per mandarmi in panico, cosa che non è successa. Dopo la cioccolata ci siamo fatti una bella passeggiata e siamo arrivati fin quasi a Skansen, ma ci siamo fermati ai giardini lì vicino e abbiamo continuato a passeggiare immersi nel verde, ripromettendoci di tornare in futuro e noleggiare delle biciclette per tutta la giornata e andare all’avventura. Per cena ci siamo dati appuntamento in una via che è degna di nota solo per come  abbiamo scelto di ricordarla. La via in questione è Mäster Samuelsgatan, ma noi la chiamiamo Maester Samwell, dalle vicende di – SPOILER! – Samwell Tarly nel Trono di Spade, e il locale si chiama Jensen’s Bøfhus ed è spettacolare. Hamburger strabuoni a un prezzo non solo ottimo, ma con delle patatine di quelle grandi e una salsa che è la fine del mondo. E c’è anche la possibilità di avere tè caldo all’infinito. Io quel posto lo amo e non vedo l’ora di tornarci.

Il giorno seguente, dopo un breve giro in Gamla Stan e dopo esserci fermati a mangiare qualcosa – io ho provato la Caesar Salad e me ne sono innamorata – ci siamo messi in macchina alla volta dell’aeroporto di Skavsta dove, dopo aver aspettato una vita prima che mettessero il gate del nostro volo, abbiamo speso le ultime corone in cibo. Mentre aspettavamo di imbarcarci m’è sanguinato il naso, perché mi era mancato. A Fra è sanguinato a Skansen mentre non avevamo fazzoletti e siamo andati a elemosinarne da tutti quelli che incontravamo, io invece ero già attrezzata. Tornare in Italia è stato un po’ un sinonimo di morte interiore e pure esteriore, prevalentemente per il caldo. Già in Svezia io avevo calcolato facesse freddo cira come in Scozia, mentre le temperature sono state decisamente più miti, ma in Lombardia era un inferno, nel vero senso della parola. Siamo arrivati al tramonto e ho pensato non avremmo sentito troppo la differenza. Oh come mi sbagliavo! Un’afa terribile e i gradi erano comunque quelli che erano. Da morire. E comunque in Svezia erano tutti degli orsetti del cuore biondi e gentili, in Italia… Sappiamo tutti com’è la situazione. In Svezia abbiamo anche provato la versione nordica dello Starbucks, ovvero l’Espresso House. Abbiamo ordinato un frapino – che suppongo sia la loro versione del frappuccino – cioccolato e menta ed era veramente buono. A parte che Stoccolma è piena di Espresso House e Wayne’s Coffee, dovunque ti giri c’è uno dei due, magari anche due uguali uno attaccato all’altro.

Nel complesso è stata una bella vacanza e mi sono divertita e spero di tornare a Stoccolma in futuro.

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