ED capitolo II – Monaco di Brianza

Sottotitolo: birra e ibuprofene

On air: Katatonia – The Great Cold Distance

Tutto cominciò un giorno di metà settembre: i Muse avevano annunciato due date in Italia e io, Fra e la Vlas (Valeria, diventata Vlas per una mia dislessia tipografica – ovvero, al posto di scrivere Vals erano più le volte in cui invertivo le lettere centrali e così è rimasto) avevamo deciso di andare e al momento opportuno ci siamo piazzati tatticamente davanti al pc attendendo l’apertura delle prevendite. Il giorno prima erano state aperte le prevendite per il fanclub, cui però era stato fornito il link sbagliato – quello giusto era in mano ai bagarini. Morale della favola, quando sono state aperte le prevendite per noi comuni mortali il parterre era esaurito. L’alternativa era la piccionaia, e dunque abbiamo rapidamente deliberato di cercare all’estero. Dopo aver bocciato la Svizzera siamo giunti alla conclusione che Monaco di Baviera poteva essere la giusta soluzione e abbiamo quindi comprato i biglietti del concerto. A Capodanno abbiamo prenotato volo e pernottamento e così il 29 marzo siamo andati a Malpensa per prendere l’aereo (in ritardo di un’ora per guasti tecnici, è arrivato il comandante ad avvisarci :3) e renderci conto che quella sera all’Allianz Arena si sarebbe tenuta Germania-Italia. Il volo di andata è stato fantastico, non abbiamo nemmeno sentito la differenza tra aria e terra nell’atterraggio. Abbiamo cercato di fare il biglietto giornaliero cumulativo ma una signora si è offerta di condividere il suo e di lasciarcelo perché doveva scendere prima. A dir la verità abbiamo iniziato un po’ a panicare perché pensavamo volesse tirarci la fregatura, ma poi sentendoci delle merde ci siamo resi conto che le sue intenzioni erano del tutto oneste. Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, anche se a volte ti senti una persona cattiva. Entrando pian piano in città ci siamo resi conto che il paesaggio non era poi così diverso da quello brianzolo, e così è saltato fuori il nome “Monaco di Brianza”. Siamo arrivati all’ostello e scopriamo che c’era una gita di italiani (terroni, e non nel senso di “meridionali”. Cioè, anche, ma erano proprio i tipici buzzurri con un inglese pessimo e delle maniere ancora peggiori… terroni, insomma) e, ancora peggio, in camera avevamo tre ragazzi (due maschi e una femmina) portoricani che avevano occupato tutti i letti inferiori e la ragazza s’era presa pure tutti i miei asciugamani. No ma grazie, eh. Essendo io una persona molto previdente mi ero portata i miei e quindi nessun problema fondamentale, ma è il concetto che fa irritare. Il tempo di rinfrescarci un attimo e prendere un moment (ibuprofene) per il mal di testa e usciamo a mangiare visto che eravamo tutti e tre affamatissimi: abbiamo optato per un ristorantino tipico poco lontano dall’ostello in cui abbiamo ordinato tre piatti diversi e ce li siamo fatti girari per provare tutto. Ci siamo innamorati del goulash e io, Fra e la Vlas abbiamo preso rispettivamente bistecca di maiale con funghi e spaetzle, salsicce di Norimberga con patate e crauti, cotoletta con patate. Era tutto strabuono. Io avevo preso un succo di mela ma me l’hanno mischiato con l’acqua frizzante (perché, o bavaresi? Perché?) e mi sono ridotta a bere la birra di Fra perché frizzava meno – ora capite perché “birra e ibuprofene”? Sono stati tre giorni così. Dopo cena abbiamo fatto un giro in centro e abbiamo visto Marienplatz, poi siamo tornati stravolti in ostello dove abbiamo dormito finché le cinque sveglie dei portoricani non sono suonate alle 6, 6:10, 6:15, 6:20, 6:30 e finalmente si sono alzati. Un’oretta dopo ci siamo alzati anche noi e siamo scesi ad abbuffarci alla colazione all you can eat. Prima fermata della giornata: Olympiahalle per fare un sopralluogo e le considerazioni tattiche. Poi dritti a Saebener Strasse (non ho voglia di cercare umlaut e eszet) a visitare la sede del Bayern e a perdermi nel fanshop: sono riuscita a comprare una sciarpa – avevo freddo e avevo dimenticato la mia a casa – e un portafoglio – detto così sembra il portafoglio dei bambini, ma vi assicuro che questo è strafigo. Siamo tornati verso il centro e abbiamo aspettato le quattro per trovarci con Max, un amico dell’Erasmus della Vlas (ora, io scrivo Max e penso a Max Verstappen, ma ok, va tutto bene, non seguo la Formula 1, no, no. Quando la Vlas chiedeva “per che ora dico a Max?” io pensavo “Max? Ah. Quell’altro Max”.) e decidiamo di fare un giro. E mi sembrava il minimo, con una guida del posto è l’occasione giusta per esplorare la città! Così siamo andati ai giardini inglesi e intanto ci siamo fatti raccontare un po’ di cose di Monaco, cosa c’è da vedere, le cose da sapere, informazioni tattiche, cose così. Non avrei mai immaginato, per esempio, di vedere surfisti a Monaco. Invece nei giardini inglesi c’è un fiumiciattolo che scorre sopra dei sassi e si formano le condizioni perfette per fare surf, e c’è un po’ di controversia sulla cosa: da una parte è qualcosa di turistico e caratteristico, dall’altra c’è la preoccupazione che qualcuno si faccia male. Per cena siamo andati a mangiare in zona università, in un posto dove il cameriere che ci ha servito era molto molto simile a Mario Goetze (ribadisco, non ho voglia di cercare la “o” con la umlaut) o forse eravamo solo noi che eravamo stravolti e poco c’è mancato che ci addormentassimo nel piatto. A proposito di calcio, è stato fantastico vedere i titoloni “Germania batte Italia 4-1” anche se dovremmo fare così non solo nelle amichevoli. Ma va bene lo stesso. Siamo rientrati in ostello alle nove sotto il diluvio universale fermandoci prima da Starbucks per una cioccolata (io i tedeschi li amo. Hanno la panna montata al cioccolato.) e alle nove e mezza io già dormivo.

Il gran giorno, il giorno successivo, abbiamo svegliato alle sei i portoricani con le sveglie più cretine che potessimo trovare e ci siamo diretti a fare una colazione sostanziosa ma veloce per poi andare all’Olympiahalle e aspettare. Abbiamo fatto amicizia con due ragazze spagnole, una ragazza svizzera e una ragazza rumena che attualmente studia in Germania. È stato bello conversare in inglese prima dell’apertura dei cancelli e spalare merda sui rispettivi governi. Verso mezzogiorno abbiamo preso qualcosa da mangiare al chioschetto dietro l’angolo rispetto a dove eravamo in coda e abbiamo provato il currywurst. Mi sono innamorata. Poi verso le tre io e Fra siamo tornati all’ostello per lasciare giù la borsa che non potevo portare dentro e tornando ci siamo fermati a prendere due dolci: lui ha preso una specie di cinnamon roll con più cioccolato che cannella e io un coso che chiamo fragoloso in mancanza di un termine migliore. Era una sorta di pasta sfoglia meno friabile con un incavo in mezzo riempito da una montagna di crema pasticcera su cui erano appoggiate delle fragole. Una favola. Dopo essere entrati nel palazzetto è cominciata l’ora di attesa peggiore di tutte, ma siamo sopravvissuti facendo amicizia con una ragazza e un ragazzo greci, quest’ultimo fan della Formula 1 e bon, siamo partiti a parlare fino all’inizio dei De Staat, il gruppo d’apertura che non faceva schifo, di più. Poi finalmente è iniziato il concerto dei Muse e io non ho mai saltato così tanto. È stata una scaletta perfetta, veramente perfetta, quando hanno fatto Citizen Erased è scoppiato il delirio ma è stato tutto veramente perfetto. È durato il giusto, nel senso che se avessero fatto un pezzo in più probabilmente sarei collassata. Dopo il concerto abbiamo aspettato due metro per riuscire ad andare in un posto che avevo visto su hiddenmunich essere aperto fino a tardi… peccato che non facessero più da mangiare. Così ci siamo presi qualcosa da bere e siamo andati in stazione a prendere qualcosa da mangiare – Fra, perché io e la Vlas avevamo lo stomaco chiuso –  e poi dritti in ostello a dormire.

L’ultimo giorno ci siamo svegliati relativamente tardi e dopo una colazione abbondante siamo tornati in giro per la città per gli ultimi giri. Siamo tornati a Marienplatz e per mezzogiorno siamo entrati nel pub più antico del mondo dove, nonostante fossimo ancora pieni dalla colazione, ci siamo lasciati tentare e abbiamo ordinato da mangiare. Al negozio di souvenirs ho anche comprato il libro di ricette tipiche e prima o poi proverò qualcosa. Niente di troppo complesso ma ho già visto che ci sono gli spaeztle e il goulash, sono a posto per la vita. Nel pomeriggio siamo andati fino al Maximilianeum, sede del parlamento bavarese ma non avevamo il tempo di entrare. Siamo tornati in stazione e da lì abbiamo preso il treno fino all’aeroporto, per scoprire che eravamo in stra-anticipo e siamo rimasti un’ora a cazzeggiare nel duty free. Aneddoto divertente: arrivati ai controlli Fra e la Vlas passano avanti e con loro la ragazza della sicurezza parla direttamente in inglese; io vado per ultima e mi domanda «Deutsch?». Senza pensarci nemmeno, in automatico, rispondo «German!». Siamo scoppiate a ridere entrambe e siamo andate avanti cinque minuti buoni. Il ritorno a casa è sempre traumatico e nemmeno questa volta ha fatto eccezione.

Considerazioni finali: Monaco è una bella città. È grande, ben servita con i mezzi, si mangia bene… ma. Nessuno è più triste di me nel constatare l’esistenza di un “ma”. La metro passa ogni dieci minuti, indipendentemente se è orario di punta o orario morto. La gente sta sempre e solo nella parte destra delle scale mobili. Nel giro di un giorno e mezzo avevamo preso e superato il ritmo della città. È strano dirlo, ma a Londra – con tutto che i prezzi erano assurdi – mi ero sentita più a casa. E non c’entra molto il fatto che l’inglese lo so (modestia a parte) bene e il tedesco manco per niente, perché a Stoccolma mi sono sentita più a casa che a Monaco, e non è che io sia una cima in svedese (so dire “ciao” e “grazie”). Non lo so. Fermo restando che se mi offrissero un lavoro/Ph.D. ci penserei seimila volte prima di rifiutare, una volta l’avrei accettato senza nemmeno considerare alternative. Ora sono sicura che le alternative le valuterei eccome.

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