Ein Wienglas, bitte!

La leggenda narra che un giorno, tanto tempo fa, la giovane Francesca stava cercando di imparare il tedesco su Memrise, sito utilissimo ma limitante dopo un po’ o comunque se non si hanno delle basi se non proprio decenti almeno non inesistenti. Tra le varie frasi da imparare c’era “ein Weinglas” ma, essendo leggermente dislessica, scrisse “ein Wienglas”. Ovvero, da “un bicchiere di vino” la frase diventò “un bicchiere di Vienna”.

Per chi ancora non l’avesse capito (lo sto solo sbandierando ai quattro venti) sono finalmente riuscita ad andare a Vienna. Me ne hanno sempre parlato tutti benissimo, non ho ancora sentito una persona dire “Sono andato a Vienna ma non mi è piaciuta tanto” e così ho sempre avuto la curiosità di visitarla in prima persona. Avrei potuto cogliere l’attimo nella gita di quarta superiore, ma avevo i biglietti per il Retrospect da più di sei mesi e ho preferito saltare Vienna. L’altra opzione era andarci con i miei amici dell’università come vacanza di gruppo, ma è stata brutalmente battuta da Firenze, e quindi niente anche qui. Finché un giorno Fraffo mi propone di andare a Vienna quattro giorni e… be’, inutile dire che ho accettato appena sentito la parola “Vienna” (sto ripetendo una marea di volte questa parola che sta iniziando a dar fastidio anche a me).
Abbiamo prenotato volo (FlyNiki) e albergo (un quattro stelle strafigo “in centro da far schifo”, citando Fra) e abbiamo aspettato.

Le avventure iniziano già sull’aereo: noi siamo abituati alle compagnie aeree dei poracci, quelle dove il biglietto costa una nocciolina e se solo ti azzardi a comprare qualcosa sull’aereo devi vendere un rene. Con FlyNiki – la compagnia aerea fondata da Niki Lauda. E ribadisco, NIKI LAUDA. Percepite il sorriso da beota sulla mia faccia e gli occhi a cuoricino? No? Male – invece ti offrono un panino e bevanda (fredda o calda, a scelta), ci sono i monitor che ti dicono l’altitudine, il tempo rimanente, la velocità, la distanza rimanente e pure la temperatura esterna. Una figata. Non voglio mai più volare low cost.
Arriviamo a Vienna, andiamo a ritirare i ViennaPASS che avevo prenotato, facciamo i biglietti per il treno fino al centro città e, una volta arrivati, ci mettiamo alla ricerca del nostro albergo – rigorosamente a piedi per vedere meglio la città – dove molto gentilmente ci hanno fatto fare il check-in due ore prima del previsto. Siamo così andati in camera a lasciare le valigie e rinfrescarci un attimo prima di uscire alla ricerca di un posto dove mangiare: e finiamo così al Figlmüller, posto fighissimo che prima o poi mi ricorderò di recensire su TripAdvisor, dove servono delle cotolette di dinosauro perché sono enormi. Ci siamo anche tornati e non sono riuscita a finirla nemmeno una volta. Dopo pranzo ci dirigiamo verso Hofburg per visitare il Museo di Sissi (io ho poche  *ehm* fisse. Le casate reali sono una di queste.) per scoprire mio malgrado che non era permesso fare foto al piano superiore, ovvero quello interessante. Tra l’altro noi passiamo tranquilli con il ViennaPASS, arriviamo ai tornelli e la tipa della sicurezza fa (in italiano, eh): “Dovete andare alla cassa e farvi dare il biglietto”, e io, come una cretina, rispondo (in inglese): “I’m sorry, what?” e lei ha ripetuto in inglese. Deve aver pensato che sono deficiente.
La collezione dell’argenteria Asburgo è… normale, come ti aspetti che sia un set di argenteria di una delle più grandi – se non la più grande – famiglia reale europea. Sterminata, immacolata e perfetta. Ancora oggi è usata per le cene di stato e io non so quanto darei per poterla usare. Sono un caso patologico, lo so.
Al piano superiore era possibile visitare gli appartamenti reali, di Franz Joseph (Cecco Beppe) e di Elisabeth (Sissi). Ormai ho visitato talmente tanti palazzi che non ho bisogno delle audioguide e vado spedita verso le cose che mi interessano davvero, tipo i vestiti iconici di Sissi e i gioielli della corona ungherese – copie, perché gli originali non esistono più – e ho riversato sulle teche tutte le mie lacrime per il non poterli fotografare.
Dopo la visita alle stanze imperiali ci siamo rifocillati al Volksgarten per poi dirigerci alla metro e andare alla Haus der Musik, che devo dire mi ha stupito positivamente. C’erano un sacco di esperienze interattive in modo che anche i poco acculturati musicalmente – tipo me – non si rompessero le balle in modo infinito: potevi comporre il tuo valzer lanciando dei dadi (troppi corsi di statistica in università mi hanno in qualche modo rovinato l’esperienza), c’erano tante cose da scoprire a livello acustico (tipo la scala infinita, ma io ho – modestia a parte – un buon orecchio e Fra fa parte degli acculturati musicalmente, fatto sta che entrambi ci eravamo accorti che c’era qualcosa che non andava) e, infine, potevi provare a dirigere un’orchestra. Fra ha provato ed è stato troppo divertente!
Per cena, dopo aver scarpinato come folli, ci siamo fermati in un posto che si chiama Gulaschmuseum. Decisamente all’altezza delle aspettative, era tutto strabuono. Non siamo stati in giro tanto la sera perché eravamo distrutti, ma ci siamo presi un gelato in centro – io nocciola e torta della foresta nera cercando di dirlo in tedesco e fallendo miseramente, Fra strudel e torta della foresta nera ordinandolo in inglese, il furbo – e poi siamo andati filati in albergo a dormire.

 

Il giorno dopo avevo messo la sveglia alle otto ma abbiamo deciso di posticiparla alle otto e mezza. Il tempo di farsi una doccia e andiamo a fare colazione: chiaramente abbiamo mangiato l’impossibile. Abbiamo dichiarato la nostra seconda giornata a Vienna “la giornata della musica”, mentre quella successiva sarebbe stata “la giornata Asburgo”. Quindi per prima cosa, dopo essere passati per Rathausplatz, ci siamo diretti alla casa di Beethoven, dove in verità non c’era granché: un pianoforte che nemmeno si sa se fosse suo davvero e un suo busto. In compenso ci sono quattro piani di scale da fare. Tutto sommato è stata un po’ deludente; si salva solo per la possibilità di ascoltare la quinta sinfonia con gli strumenti originali dell’epoca e una reinterpretazione (di Karajan, mica un pirla a caso) moderna per sentire le differenze. Poi è stata la volta del luogo di nascita di Schubert: carino, ma anche lì molte cose erano dipinti di posti e persone un po’ a caso. Era quasi ora di pranzo e decidiamo di andare a Grinzing, un quartiere di Vienna un po’ (un bel po’) fuori dal centro città – e in teoria nemmeno ci saremmo potuti arrivare ma va bene così – e proprio per questo molto raccolto e carino. Abbiamo trovato un bar dove abbiamo ordinato una zuppa per pranzo (sì, ad agosto) e poi ci siamo messi ad aspettare l’Hop-on-hop-off che ci avrebbe riportati a Vienna, ma visto che il tempo da aspettare era tanto abbiamo deciso di approfittarne e andare a visitare la casa estiva di Beethoven. Anche qui, non si sa con certezza se fosse davvero sua ma fa niente. Stesso discorso, avrebbero potuto giocarsela meglio, ma lì almeno c’era una ciocca dei suoi capelli e la possibilità di leggere il testamento scritto l’estate che trascorse lì. Tra l’andare e il tornare alla fermata sono riuscita a scottarmi, e l’essermi messa la crema appena salita sull’autobus è servito a gran poco. Ultima tappa del giorno: Mozarthaus. Questa almeno sì che era fatta bene. Strutturata su tre livelli, di cui quello inferiore il più saltabile, dava parecchie informazioni sulla sua vita e sui suoi lavori. L’ultimo livello invece raccontava com’era la sua casa, quanti mobili c’erano e cosa si faceva in ogni stanza… ma se una stanza è una cucina, per dire, ci arrivo anche io a cosa si fa lì dentro, no?
Per cena siamo andati a cercare dei posti dove mangiare su TripAdvisor, per poi mandarlo prontamente alle ortiche e fare di testa nostra. È così che finiamo da Zattl, un pub cui da fuori non daresti due lire ma che dentro è provvisto di un ampio cortile dove mangiare (o anche solo bere) all’aperto. Abbiamo ordinato due gulasch come antipasti e poi io ho preso un cosciotto d’agnello con fagiolini al bacon e patate con cipolle mentre Fra si è buttato sul cordon bleu. Morale della favola: io ero piena con il gulasch e Fra non lo era dopo il suo e il cordon bleu, così si è finito il mio piatto.
Dopo cena ci siamo concessi una visita al Café Sacher, con tanto di assaggio della mitica torta coronando così il sogno di una vita. È carissimo, non sarò certo io a negarlo, ma una volta nella vita un piccolo lusso ce lo si può concedere. Mi vengono ancora i lacrimoni agli occhi se ci ripenso. Voglio essere ricca e vivere all’Hotel Sacher, così posso anche permettermi un personal trainer che mi impedisca di diventare una palla di lardo a trent’anni e morire di infarto a trentacinque.

 

Il giorno seguente siamo andati al museo di Madame Tussauds a fare delle foto stupide con i personaggi di cera lì presenti – devo fare un paio di meme idioti *appunto mentale* – e a stupirci di quanto bene siano fatti. Il museo tra l’altro si trova all’interno di un parco divertimenti, quindi abbondano i chioschetti, cosa di cui abbiamo approfittato. Al pomeriggio abbiamo fatto un giro alle cripte imperiali: so che è stupido dirlo, ma mi ha fatto un certo effetto. Pensare che lì si trovano i resti – ossa, ormai – dell’ultimo imperatore Asburgo, di Francesco Giuseppe, di Sissi, di Rodolfo figlio di Sissi e Cecco Beppe, di Francesco I/II, di Maria Teresa…
Abbiamo quindi deciso di visitare Schönbrunn, nonostante per vederlo decentemente servirebbe una giornata intera e noi avevamo qualche ora. Abbiamo visto la mostra su Franz Joseph (sì, alterno il nome tedesco a quello italiano al nomignolo), anche se l’audioguide non serviva a un tubo perché diceva quello che c’era scritto sui pannelli. C’erano molti effetti personali dell’imperatore, alcuni suoi disegni, e la mostra si soffermava su diversi aspetti della sua personalità, è stata molto interessante. Nel palazzo abbiamo visitato le stanze senza audioguide perché c’era una coda assurda per prenderla e perché, come accennato sopra, ormai sia io sia Fra abbiamo visto talmente tanti palazzi da aver capito come funziona la cosa. Ci siamo concessi un breve giro nei giardini perché eravamo stanchi entrambi, e siamo tornati presto in centro a Vienna dove siamo tornati a mangiare a Zattl: Fra ha preso gulasch e il cosciotto di agnello che avevo preso io la sera prima e io mi sono buttata su dei medaglioni di maiale con broccoli e crocchette di patate. Tutto fantastico, credo che se torneremo mai a Vienna torneremo anche lì a mangiare. Dopo cena ci siamo concessi un dolce al Café Central, perché si vive una volta sola e crepi l’avarizia.

 

L’ultimo giorno ci siamo svegliati alla stessa ora dei precedenti, abbiamo fatto colazione e dopo aver fatto le valigie e il check-out e aver lasciato i trolley nella stanza bagagli dell’albergo abbiamo fatto un giro a Stephansdom. Abbiamo preso gli ultimi souvenir e abbiamo fatto un ultimo giro in centro città, poi ci siamo seduti per un po’ su una panchina nel Volksgarten mentre decidevamo cosa fare per pranzo: alla fine abbiamo replicato il Figlmüller, e dopo un secondo giro per la città siamo finiti da Tiger e in una libreria dove abbiamo trovato un libro in inglese che sembra figo – se non lo è il libro almeno l’edizione sì – e abbiamo avuto la nostra prima conversazione in tedesco con la cassiera, che in pratica è stata più una prova di comprensione, “volete un sacchetto?”, “sono tot euro”, cose così. Noi abbiamo giusto detto “nein, danke” e “auf wiedersehen”. Ma abbiamo passato la successiva mezz’ora a gongolare come dei pirla.
Ultima tappa: Starbucks, perché ormai è una tradizione ovunque andiamo io e Fra. Il commesso tra l’altro ha scritto Franzesca e chiaramente ho pensato, ma non gliel’ho detto, “potevi anche scrivere Franziska, mica mi offendevo, anzi!”. Dopo un po’ di relax davanti a Hofburg rinfrescandoci con un frappuccino ciascuno, siamo tornati in albergo a riprendere le valigie per incamminarci, con Fra che approfittava dei dati per giocare a Pokémon Go – 1. ci avrei giocato anche io se avessi avuto i dati e 2. l’infame ha trovato un Vulpix nell’uovo. La sua evoluzione è solo il mio pokémon preferito. – verso la stazione, dove ci siamo riposati ancora un po’ in attesa del treno diretto per l’aeroporto. Degno di nota, il disastro del secolo: passiamo i controlli senza il minimo problema, siamo lì in anticipo stramarcio, ci fanno imbarcare, entriamo nel tunnel che porta dal gate all’aereo… e non mi cade mica la carta d’identità tra la fine del tunnel e l’inizio dell’aereo stesso? Le bestemmie che non ho tirato giù, tanto nessuno capiva. Appena atterrata sono andata a fare la denuncia e così ora mi trovo con una carta d’identità nuova di zecca, con una foto orribile e una residenza che tra un mese e mezzo sarà sbagliata. Che schifo la mia vita.

 

In conclusione, la città è meravigliosa, vivibile, grande ma non troppo, il centro si gira tranquillamente a piedi, è piena di posti degni di una visita e si mangia davvero bene; è cara come il fuoco ma questo già si sapeva. Mi sono trovata davvero bene e finalmente capisco come mai tutti quelli che vanno a Vienna se ne innamorano perdutamente. Non vedo l’ora di tornarci, chiaramente dopo aver esaurito le mete-vacanze!

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2 pensieri su “Ein Wienglas, bitte!

    • Decisamente meno disastrosa della tua… è stato solo uno sbatti atterrare e precipitarsi a fare la denuncia di smarrimento (tralasciando il panico sull’aereo tipo “e se si incastra nei motori ed esplode tutto?”) e andare a rifarla :)
      Vienna è bellissima *_* tre giorni non bastano per vederla come si deve, ci sono talmente tante cose da fare che almeno una settimana va via :) se ti capita l’occasione visitala perché merita!

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